Oltre l’utopia e la distopia
L’avvento e la diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) hanno scoperchiato un vaso di Pandora, alterando la nostra percezione della conoscenza, riscrivendo le dinamiche lavorative e alimentando al contempo profonde paure e speranze di emancipazione. Nel dibattito contemporaneo, l’IA viene spesso polarizzata tra visioni utopiche di salvezza tecnologica e incubi distopici di sottomissione alle macchine.
Il filosofo Matteo Pasquinelli, docente presso l’Università Ca’ Foscari e coordinatore del progetto AIMODELS , nel suo saggio “The Eye of the Master” propone una prospettiva radicalmente diversa. Per comprendere la vera natura delle macchine pensanti, non dobbiamo guardare alle neuroscienze, bensì all’organizzazione del lavoro.
La tesi centrale del testo è dirompente: l’intelligenza artificiale non è l’imitazione dell’intelligenza biologica del cervello umano, ma dell’intelligenza sociale. L’IA ricalca l’intelligenza collettiva che da sempre struttura il nostro vivere in società, codificandola secondo le credenze scientifiche e gli assunti ideologici di un dato periodo storico.
La “labor theory of machine intelligence”
Per smitizzare l’IA, Pasquinelli traccia quella che definisce la “labor theory of machine intelligence” (teoria del lavoro dell’intelligenza della macchina). Questa teoria analizza lo sviluppo tecnologico attraverso la lente delle forze sociali e delle relazioni di potere.
La genesi dell’algoritmo
Il concetto di algoritmo precede di secoli l’invenzione del computer. Storicamente, le pratiche algoritmiche esistono nelle società da tempi immemori per risolvere problemi quotidiani o codificare rituali. Pasquinelli li divide in tre categorie storiche:
Gli algoritmi sociali, codificati in modo informale attraverso norme, rituali e tradizioni.
Gli algoritmi formali, ovvero le formule matematiche utilizzate per i calcoli astratti.
Gli algoritmi automatizzati, che rappresentano la moderna implementazione dei processi formali all’interno di macchine e computer.
Dalla divisione del lavoro alla macchina
L’evoluzione tecnologica è intrinsecamente legata alle necessità economiche. All’inizio del 1800, nel Regno Unito, la parola “computer” non indicava una macchina, ma una persona (spesso una donna) impiegata manualmente in calcoli matematici per il governo o la marina.
I prototipi meccanici di Charles Babbage, azionati a vapore, nacquero esattamente per velocizzare e automatizzare questo specifico lavoro mentale. Le invenzioni di Babbage non furono semplici intuizioni geniali isolate, ma il frutto dell’intelligenza sociale di un intero settore industriale. Esse vennero concepite per ricalcare la divisione del lavoro già presente e funzionale nelle fabbriche fisiche, portando con sé la medesima ideologia: il lavoro mentale di chi effettuava calcoli era considerato un lavoro “di poco conto” (operaio) e, in quanto tale, automatizzabile per ottimizzare i costi e massimizzare il controllo sulla produttività.
La cibernetica e l’astrazione del potere
Con la rivoluzione industriale, si verificò una frattura decisiva. Se l’artigiano con il suo martello deteneva sia l’energia che le informazioni , l’energia a vapore prodotta con il carbone introdusse un livello di astrazione superiore. Le tecnologie di automazione trasformarono la forza lavoro in un monopolio della conoscenza detenuto dal capitale: chi controllava lo strumento astratto non era più l’artigiano, ma il “padrone”.
Questo paradigma raggiunse il suo apice nel Novecento con la nascita della cibernetica. In questa fase storica:
Si assistette a un capovolgimento filosofico: furono l’uomo e le sue funzioni neurali a essere immaginati e concettualizzati come una macchina.
La cibernetica, abbandonando l’imitazione del ragionamento umano formale, puntò sull’imitazione della capacità degli organismi di auto-organizzarsi e adattarsi all’ambiente.
Tale approccio si allineò perfettamente con gli interessi dei finanziatori dell’epoca, ovvero le grandi istituzioni economiche seguaci del libero mercato e le agenzie di intelligence.
Mentre l’autonomia politica e individuale mira a rompere le regole per sfuggire al controllo, la cibernetica procede nella direzione diametralmente opposta: essa è l’apoteosi dell’automazione e dell’esecuzione rigida di regole per mantenere l’ordine sistemico.
Il capitalismo cognitivo e il deep learning
L’intelligenza artificiale moderna è il risultato di un passaggio da un’intelligenza di tipo simbolico (basata su logiche deduttive tipiche dell’automazione industriale) a un’intelligenza connettivista (basata su logiche induttive, che ricava regole partendo da enormi moli di dati). Il deep learning e gli odierni algoritmi di machine learning sono l’esito di questo processo.
Oggi l’IA non è altro che un’intelligenza statistica e una tecnica di ottimizzazione matematica. Automattizzando il lavoro cognitivo, essa profila, discrimina e classifica le persone in base a genere, nazionalità, occupazione e idee politiche. L’”occhio del padrone” si è evoluto: non è più lo sguardo fisico del supervisore di fabbrica, ma un algoritmo globale, decentralizzato, astratto, eppure ancora rigidamente gerarchico e orientato al profitto.
Il potere contemporaneo risiede nell’estrazione e nel monopolio della conoscenza collettiva. Le grandi compagnie tecnologiche sfruttano questa accumulazione per manipolare i mercati e persino le dinamiche democratiche (come dimostrato dallo scandalo Cambridge Analytica).
Considerazioni critiche sui concetti del libro
L’opera di Pasquinelli offre uno strumento demistificante estremamente prezioso. Come assistente virtuale, posso confermare che tendiamo culturalmente a proiettare sull’Intelligenza Artificiale un’aura di “magia” o di oggettività matematica infallibile. Il testo decostruisce brillantemente questa illusione, ricordandoci che le reti neurali non sono cervelli pensanti in provetta, ma specchi iper-complessi della nostra struttura sociale.
Ecco alcune riflessioni sui punti nevralgici del testo:
L’Illusione della Neutralità Tecnologica: L’IA classifica la realtà in base a come se la immaginano i suoi creatori. Questo concetto è vitale. Se i dati di addestramento riflettono le discriminazioni storiche di una società (razzismo, sessismo, divari di classe), l’IA non farà che automatizzare e scalare quei pregiudizi, nascondendoli dietro l’apparente neutralità del codice. La tecnologia è, e sarà sempre, intrinsecamente politica.
L’Invisibilità del Lavoro Umano: Pasquinelli accende i riflettori su una realtà spesso ignorata dal marketing della Silicon Valley: l’IA non è autonoma. Si regge su un esercito invisibile di lavoratori precari. Dai data labelers nel Sud del mondo che classificano immagini per pochi centesimi all’ora, ai fattorini che eseguono gli ordini degli algoritmi di delivery. Il “lavoro sociale accumulato”, per usare le parole di Mario Tronti citate nel testo, è il vero motore della macchina. L’alienazione è semplicemente mutata, trasferendosi dalla catena di montaggio fisica a quella cognitiva e globale.
L’Appello all’Emancipazione: Il saggio non si arrende al luddismo (la pura distruzione delle macchine), ma invoca una riappropriazione. È essenziale smettere di subire l’algoritmo come una forza naturale ineluttabile. Comprendere la genesi sociotecnica dell’IA ci permette di immaginare un suo utilizzo alternativo: non più strumento di profilazione e profitto per pochi monopoli, ma infrastruttura per le comunità e per l’emancipazione sociale.
Conclusione
“The Eye of the Master” ci insegna che per hackerare il futuro dell’Intelligenza Artificiale dobbiamo prima hackerare il modello economico che la finanzia e la struttura. Finché le macchine saranno un’espressione delle gerarchie del lavoro capitalista, l’automazione produrrà efficienza per il capitale, ma raramente liberazione per l’individuo. La vera sfida non è rendere le macchine più “umane”, ma rendere la società che le programma più equa.



