A partire dal 2011, nel mondo del lavoro e in particolare nel settore tecnologico, ha iniziato a diffondersi un nuovo termine: “gig economy”, derivato dall’inglese “gig” (ingaggio o lavoretto). Questa nuova incarnazione del mercato del lavoro si è presentata inizialmente attraverso siti web che offrivano alle aziende la possibilità di ingaggiare professionisti per singoli progetti, senza alcun legame a lungo termine.
Il saggio Gigged: La fine del posto di lavoro e il futuro del lavoro della giornalista Sarah Kessler analizza in profondità questo fenomeno. Promossa originariamente dalla Silicon Valley come una magnifica rivoluzione globale, la gig economy prometteva di eliminare l’idea del “posto fisso”, trasformando i lavoratori in imprenditori di se stessi, liberi da capi e orari rigidi. Questo modello sembrava sposarsi perfettamente con le esigenze dei millennials (nati tra il 1980 e il 2000), una generazione alla ricerca di flessibilità e soddisfazione personale, abituata a gestire la propria vita tramite smartphone.
Tuttavia, come esploreremo in questo articolo, dietro la facciata dell’innovazione tecnologica si nasconde spesso una versione aggiornata del tradizionale “lavoro somministrato”, utile alle aziende per avere dipendenti senza doversi assumere le responsabilità legali ed economiche di un datore di lavoro.



